TRADURRE LA FEDE IN SVILUPPO
A cura di: Ajaz Ahmed Khan, Ismayil Tahmazov and Mamoun Abuarqub
Traduzione a cura della D.ssa Irene Iman Silvestri
Supervisione versione italiana: Dr. Paolo Abdullah Gonzaga
1. Nascita e sviluppo degli enti di beneficienza fondati su princìpi islamici
1. Nascita e sviluppo degli enti di beneficienza fondati su princìpi islamici
Le Faith-Based Organizations (FBOs)* sono Organizzazioni senza fini di lucro per il soccorso e lo sviluppo umanitario ispirate a princìpi religiosi, e si sono diffuse rapidamente nel Regno Unito sin dai primi Anni Ottanta (e poi in tutta Europa negli anni successivi). Tra le FBOs ve ne sono numerose ispirate ai precetti della dottrina islamica Attualmente nel Regno Unito ne esistono undici, che devolvono alla causa umanitaria introiti annui pari ad oltre 1 milione di sterline, attraverso progetti di sviluppo sostenibile nei Paesi del terzo mondo. Secondo l’ultimo bilancio presentato alla Charity Commission°, il fatturato delle undici realtà insieme supererebbe i 100 milioni di sterline annue (stime 2007-2008). E’ probabile tuttavia che il dato sia sottostimato, perché considera solo le donazioni interne, provenienti dal Regno Unito, mentre accade sovente che tanto gli uffici di fundraising quanto quelli operativi ricevano donazioni e contributi da donatori istituzionali internazionali, specialmente nei Paesi in cui essi realizzano i loro progetti. In Inghilterra vi sono, inoltre, molte piccole e meno conosciute charities islamiche con un fatturato annuo inferiore a 1 milione di sterline. I musulmani britannici, per abitudine, hanno sempre inviato denaro in sostegno ai propri familiari nei Paesi d’origine; dal momento che si tratta di contributi che raggiungono le famiglie direttamente, si ritiene che essi possano avere un impatto più forte e più sensibilmente percettibile sulla povertà (Maimbo e Ratha, 2005). Il fatto che le Organizzazioni islamiche ricevano la maggior parte del denaro da donatori privati individuali ha conferito loro una certa stabilità ed indipendenza finanziaria, e il loro obiettivo principale è rimasto quasi esclusivamente l’assistenza a musulmani bisognosi.
La crescita delle charities islamiche negli anni recenti ha suscitato un certo interesse ed è stata oggetto di studi approfonditi (si vedano, per esempio, Benthall and Bellion-Jourdan 2003 e De Cordier 2009). Quest’attenzione si è sviluppata di pari passo con la crescita dell’interesse verso il ruolo della fede nello sviluppo in generale. Tuttavia, si è scarsamente analizzato come e verso quale estensione i princìpi della teologia islamica sono tradotti nella filosofia operativa di una ONG islamica. Si pronuncia l’Islàm su come i poveri e i bisognosi dovrebbero essere aiutati? Se sì, quali sono le conseguenze per le Organizzazioni umanitarie islamiche in termini di attività di sviluppo ed obiettivi da perseguire? L’aspetto fideistico è realmente incorporato nei programmi, e si può davvero parlare di un “approccio islamico allo sviluppo”?
Questo vuol essere un tentativo di approccio ed analisi dell’argomento. Prima di addentrarsi nel tema specifico tuttavia, il presente documento esporrà brevemente i princìpi di solidarietà e di giustizia sociale secondo il punto di vista islamico.
* “Faith-Based Organizations” s’intende di Organizzazioni o affiliate ad un ente religioso o ispirate nella loro attività a princìpi etici e religiosi, nell’ambito di una missione da compiere, spesso di natura umanitaria; il loro statuto indica esplicitamente il riferimento a valori religiosi e princìpi fidestici, il supporto finanziario di enti religiosi e un organico tale per cui le decisioni operative sono prese sulla base di tali princìpi. (Ferris, 2005:312).
Seguendo De Cordier (2009), le FBOs islamiche sono Organizzazioni senza fini di lucro, fondate da persone di fede islamica, che ricevono sostegno finanziario da enti e individui di fede islamica, e le cui azioni e decisioni sono ispirate e legittimate dall’Islàm.
° UK Charity Commission
http://www.charitycommission.gov.uk/showcharity/registerofcharities/registerhomepage.aspx?&=&
Ne fanno parte:
Islamic Relief, Islamic Aid, Islamic Help, Aga Khan Foundation (benché Organizzazione che non si definisce basata su princìpi religiosi), Human Appeal International, Human Relief Foundation, Muslim Aid, Muslim Hands, Interpal, Doctors Worldwide, e Ummah Welfare Trust.
2. Solidarietà e giustizia sociale
Il principio di solidarietà figura tra i pilastri della dottrina islamica, ed è chiaramente menzionato e regolato sia dal Corano che dalla tradizione profetica. In base a tale principio, tutti i musulmani hanno il dovere di provvedere ai poveri ed ai bisognosi versando l’imposta coranica (zakah), L’importanza del versamento della zakah è tanto fondamentale da rappresentare, dopo la testimonianza di fede (shahada) e le cinque orazioni quotidiane (salah), il terzo pilastro della religione islamica. Invero, nel Corano la zakah è spesso menzionata insieme alla preghiera. Per esempio:
“Amico tuo è soltanto Allah e il suo Messaggero, e i credenti che osservano l’obbligo della preghiera e pagano l’imposta coranica adorano Allah soltanto”. (5:55)
La ratio della zakah è promuovere la giustizia sociale ridistribuendo le risorse dal ricco al povero, perseguendo l’eguaglianza tra individui e proteggendo la ricchezza da avarizia ed egoismo. Il Corano dà esplicite indicazioni su chi debba beneficiare della zakah:
“La zakah è per i poveri e i bisognosi, per coloro che sono incaricati di raccoglierla, per riavvicinare i disgiunti, per liberare i prigionieri, per pagare i debiti e per i viaggiatori. E’ un obbligo imposto da Allah, e Allah è Sapiente e Saggio”. (9:60)
Oltre a quest’imposta obbligatoria, i musulmani sono incoraggiati a compiere atti di solidarietà, detti sadaqah, in favore dei poveri e dei bisognosi, o per scopi di benessere e giustizia sociali, e donare quindi un’elemosina continua (sadaqah jaryyiah) ad esempio attraverso il Waqf. Il Waqf è un dono o un lascito ereditario (spesso un edificio o un terreno) a fini di solidarietà, siano essi l’istruzione, l’edificazione di luoghi di culto, l’assistenza ai poveri e ai bisognosi. L’utilizzo a tali fini vincola in modo perpetuo il bene oggetto del Waqf, cosicché esso non può essere venduto, donato o lasciato in eredità ad alcuno.
Per i musulmani, compiere un atto di generosità significa guadagnare la protezione di Allah, l’espiazione dei propri peccati, oltre a rendere grazie a Dio per la Sua misericordia ed avvicinarsi un po’ di più al Paradiso in vista del Giorno del Giudizio.
Krafess (2005:329) ha osservato come ogni volta che si evoca la fede nel Corano, lo si fa con un ordine di azione immediata, spesso incoraggiando atti di solidarietà, i quali sono particolarmente apprezzati e meritevoli di ricompensa.
Così, “Per chi crede e compie buone azioni la ricompensa sarà la benedizione di Allah ed un magnifico luogo cui fare ritorno”. (13:29)
Appare dunque chiaro come tanto la zakah quanto la sadaqah giochino un ruolo preminente nel credo islamico. E, come ha osservato Singer, “senza di loro la fede è incompleta” (2008:218).
Il concetto di giustizia sociale è fondamentale nell’Islàm, e include tre aspetti: un’equa distribuzione della ricchezza, provvedere ai bisogni quotidiani primari degli indigenti, proteggere il povero/debole dallo sfruttamento economico da parte del ricco/forte.
Il Corano impone ai fedeli di lottare per la giustizia sociale a qualsiasi costo.
“O voi che credete! Lottate per la giustizia come testimoni di Allah, anche se doveste andare contro voi stessi, contro i vostri genitori e i vostri parenti, siano essi ricchi o poveri; invero Allah protegge al meglio entrambi”. (4:135)
Ancora, l’importanza della giustizia come valore umano è enfatizzata nel seguente versetto:
"Sii giusto, e sarai più vicino a Dio". (5:8)
Lottare per la giustizia sociale significa lottare per sconfiggere la povertà e la diseguaglianza. Ed è attraverso atti di solidarietà e l’adorazione sincera del loro Signore che i musulmani ottengono il favore di Allah. Dice il Corano:
“Lasciate che cresca tra di voi una moltitudine di persone che invitano a compiere il bene, seguitele ed evitate il male”. (3:104)
Giustizia significa, dunque, agire in modo onesto ed equo, essere eticamente corretti, misericordiosi verso il prossimo senza distinzioni di razza, credo e colore. Questo è invero il maggior compito morale del musulmano che auspichi una società più equa ed umana, e si batta per ottenerla.
Senza dubbio, i princìpi di solidarietà e giustizia sociale sono stati alla base della spinta che ha portato alla creazione e allo sviluppo delle Organizzazioni senza fini di lucro islamiche.
3. Focus sugli enti di beneficienza islamici
Anche se talvolta diverse nei modi in cui la loro identità di fede si riflette nelle loro attività, gli enti di beneficienza islamici perseguono tutti come obiettivo comune il soddisfacimento delle esigenze primarie di poveri e bisognosi. In particolare, i modi attraverso cui essi portano il loro aiuto sono: due grandi campagne alimentari annuali, una in occasione del mese di Ramadan, l’altra in occasione della Festa del Sacrifcio (‘Id al-Adha, in cui si commemora il sacrificio di Abramo); l’adozione a distanza di bambini orfani; l’edificazione di opere pubbliche quali pozzi e reti idriche, scuole ed ospedali.
A tutte queste azioni, raccomandate sia dal Sacro Corano che dagli ahadith profetici, corrispondono precise ragioni teologiche. Per esempio, durante la festa di ‘Id al-Adha, ogni famiglia musulmana che ne abbia la possiblità, deve sacrificare un animale, più comunemente un montone o una pecora, e – secondo l’insegnamento del Profeta Muhammad (pbsl) – mangiarne un terzo essa medesima, un terzo offrirlo ad amici o vicini, e l’altro terzo donarlo ai poveri. Come ricorda Singer, gli atti di solidarietà non accompagnano soltanto diverse festività e ricorrenze islamiche, ma sono canonicamente accettati in sostituzione di taluni riti obbligatori (2008:73). Se un musulmano non è in grado di digiunare durante il mese di Ramadan, per esempio a causa di una malattia, allora egli deve nutrire una persona bisognosa per ogni giorno di mancato digiuno.
Ecco quindi come, in determinate circostanze, l'obbligo del digiuno possa essere sostituito da un atto di carità. Infatti, coloro che rifiutano di condividere il loro cibo non sono accettati nella comunità islamica. Il Profeta Muhammad (pace su di lui) disse, "Colui che dorme con lo stomaco pieno mentre il suo vicino di casa è affamato, non è uno di noi". (hadith riferito da al-Bukhari e Muslim).
Nel Corano, vi sono numerosi versi che raccomandano la gentilezza e la cura verso gli orfani*, promettendo ricompense per chi li accudisce amorevolmente e punizioni per chi li maltratta. Addirittura, il Corano paragona chi maltratta un orfano ad un miscredente:
"Vedi quello che nega la religione, tal quale è l'uomo che respinge l'orfano con
durezza e trascura di sfamare il povero". (107:1-3).
Esaminando le ultime relazioni annuali presentate alla Charity Commission, nonché visitando i siti delle associazioni di beneficenza più conosciute, come Islamic Relief (www.islamic-relief.com) si può avere un’idea di come questo monito sia alquanto sentito presso i credenti e gli enti benefici ispirati a princìpi religiosi.
Questo messaggio è rafforzato da diversi ahadith. Alzando il dito indice e il medio della mano destra tenedoli vicini, il Profeta Muhammad (pace su di lui) dichiarò: "Io e colui che si sarà preso cura degli orfani saremo uniti così nell’Ultimo Giorno”. (Bukhari e Muslim)
Come si sa, il Profeta Muhammad (pace su di lui) fu egli stesso un orfano.
Inoltre, "La casa migliore tra le case dei credenti è quella in cui l’orfano è trattato nel modo migliore, e la casa peggiore è quello in cui l’orfano è maltrattato". (Ibn Maja)
Vi sono poi numerosi riferimenti, tra i precetti islamici, all’acqua ed alla pulizia. E non va dimenticato che l'acqua è anche l’elemento essenziale di purificazione per il musulmano prima di compiere il rito d’adorazione. Non c'è da stupirsi, quindi, che i progetti di sviluppo che forniscono acqua sicura e pulita alle comunità disagiate abbiano un certo favorevole riscontro tra i musulmani. Lo scavo di un pozzo è considerato un atto di particolare pregio, ed è promosso da numerose associazioni caritatevoli islamiche. Quando il Profeta Muhammad (pace su di lui) giunse a Medina, trovò solo un pozzo da cui attingere l'acqua. I suoi compagni lo acquistarono e ne fecero un Waqf.
E’ certo che alla domanda "Qual è la Sadaqah migliore?" il Profeta (pace su di lui) rispose: "L’acqua". (Abu Dawud).
Tra le attività delle ONG islamiche, vi è anche la pronta risposta umanitaria a catastrofi naturali come terremoti, uragani, inondazioni, carestie e siccità, oltre a fornire assistenza alla popolazione civile in tempo di guerra. Anzi, molti enti di beneficenza islamici sono nati proprio dall’esigenza di rispondere ad una particolare calamità naturale o ad un conflitto. Fornire aiuto ai rifugiati di guerra è una priorità ampiamente riconosciuta, tanto più che la questione delle migrazioni forzate ha una particolare risonanza nell’Islam. Il Profeta Muhammad stesso (pace su di lui) divennne un rifugiato, allorché fuggì da Mecca con i suoi fedeli compagni al fine di sottrarsi alle persecuzioni del 622. Quest’evento, noto come Hijra (Egira), segna di fatto l'inizio dell’era islamica e proprio da qui i musulmani fanno iniziare il loro calendario.
Il Corano si pronuncia esplicitamente sulla questione dei richiedenti asilo e dei rifugiati:
"E se qualcuno dei miscredenti cerca la tua protezione, concedigliela, in modo che egli possa ascoltare la parola di Allah, e poi accompagnalo in un luogo sicuro". (9:6)
Tuttavia, il focus delle attività di soidarietà delle ONG islamiche verte principalmente sul fornire assistenza e servizi di base, nonché sulla realizzazione di progetti di sviluppo a lungo termine volti al miglioramento della qualità della vita di comunità disagiate.
Purtroppo, la partecipazione a campagne di sensibilizzazione che affrontino alcune tematiche strettamente legate alle cause della povertà da parte di Organizzazioni islamiche non è stata fin’ora intensa come dovrebbe, in contrasto con il forte attivismo in questo senso degli enti non islamici o laici e occidentali. Diversi fattori possono spiegare questa tendenza generale. In primo luogo, vi è una percezione, diffusa tra le tante associazioni caritatevoli islamiche, che le migliaia di donatori individuali che abitualmente sostengono le loro attività non prenderebbero parte a campagne su taluni temi particolarmente controversi riguardanti ad esempio la riproduzione e la salute, primo fra tutti il tema dell’AIDS. Ciò perché, tendenzialmente, il donatore musulmano medio è di mentalità piuttosto conservatrice, e preferisce che il denaro da lui donato sia impiegato direttamente in progetti di sviluppo, che diano risultati immediati e più visibili, piuttosto che in spese generali e in campagne di sensiblizzazione, le quali potrebbero apparirgli più astratte. E questo è un forte handicap, perché le campagne di sensibilizzazione rappresentano invece un importante investimento, nonché un passo ineludibile, per ottenere risultati tangibili nel lungo periodo. Un altro motivo è che, benché molto attivamente impegnato, il personale degli enti di beneficienza islamici, spesso e almeno fino a poco tempo fa, non possedeva né l’esperienza né le competenze tecniche specialistiche dei colleghi delle ONG non islamiche o laiche occidentali. (Benthall e Bellion-Jourdan, 2003) (anche se negli ultimi anni questo gap sta scomparendo, con la progressiva “professionalizzazione” e specializzazione degli operatori delle ONG islamiche, particolarmente di quelle più grosse) Una simile carenza, a sua volta, ha probabilmente ripercussioni sul tipo di attività svolte e di progetti intrapresi di preferenza. Infine, esiste un problema di comprensione su come gli insegnamenti islamici si riferiscono ad una serie di questioni relative allo sviluppo, e su come la fede possa effettivamente strutturare e guidare l’operato degli enti benefici. E questo un po' sorprende, perché la solidarietà e la compassione sono aspetti centrali dell'Islàm, ed è evidente che i precetti islamici possano fornire utili indicazioni sulla realizzazione di progetti di sviluppo a lungo termine, in particolare di quelli il cui intento sia promuovere l'autonomia e l’autosostentamento delle popolazioni disagiate.
*Per “orfani”, nell’Islàm generalmente s’intendono i bambini che hanno perso il padre, spesso l’unico responsible del sostentamento della famiglia.
4. Autosufficienza e responsabilizzazione
Anche se l'Islàm insegna ai musulmani la solidarietà verso il povero attraverso atti di beneficienza, al contempo scoraggia energicamente un atteggiamento di dipendenza degli uomini gli uni dagli altri, in quanto lesivo della dignità umana. Piuttosto, il Corano sottolinea l'importanza di lavorare per guadagnare il proprio proprio sostentamento:"L'uomo non possiede nulla se non ciò per cui si sforza. Colui che si sforza vedrà presto (il frutto del) suo sforzo. Allora la sua ricompensa sarà completa". (53:39-41) Gli insegnamenti dell'Islàm mettono in chiaro che agli individui sono concessi interessi, talenti e inclinazioni diverse, così come differenti status sociali, economici e diversi livelli di ricchezza. Una simile differenziazione crea le condizioni per una reciproca interdipendenza e per l’instaurazione di una rete di relazioni. Sicuramente differenziazione e varietà sono le caratteristiche intrinseche della società umana. Allah dice:
"Ho distribuito tra la gente il loro sostentamento di vita, ed esaltato alcuni individui rispetto ad altri, in modo che possano servirsi a vicenda". (43:32)
Sebbene l'Islàm ritenga che le capacità di un individuo e gli interessi o le sue predisposizioni naturali per taluni lavori piuttosto che altri siano predeterminate, questo non significa che siano predeterminati anche il suo status sociale ed economico. Piuttosto, i criteri per ricevere ricompense per questa vita e per l’altra dipendono dall’impegno e dagli sforzi di ciascuno. In verità Allah non modifica le condizioni delle persone, a meno che esse stesse si assumano la responsabilità di cambiare la propria condizione. Il Corano afferma: "In verità Allah non modificherà mai la condizione di un popolo se non sarà egli stesso a cambiare". (13:11)
"E dite “Lavoro”, e Allah vedrà la vostra opera, e anche il Suo Messaggero ed i credenti". (9:105)
L'Islàm considera un obbligo il guadagnarsi da vivere attraverso il proprio lavoro, e incoraggia fortemente ad aiutare il prossimo a diventare finanziariamente indipendente ed autosufficiente. Il Profeta Muhammad (pbsl) fu egli stesso un commerciante, e molti dei suoi compagni lavorarono come manovali e artigiani. E’ dunque assodato che lavorare per guadagnarsi in autonomia il sostentamento quotidiano nobilita l’uomo e rafforza la sua dignità, mentre la costante dipendenza da terzi è considerata umiliante. Numerosi ahadith sottolineano l’importanza del lavoro, dell'indipendenza, dell’autosufficienza e dell’orgoglio per il proprio lavoro, anche se è dei più umili, rende poco o comporta sacrificio. Al contrario, l'accattonaggio, la passività e l'ozio sono considerati umilianti e fortemente scoraggiati. Il hadith seguente rende bene il concetto:
“Un uomo tra i musulmani di Medina venne dal Profeta (pace su di lui) chiedendo un’elemosina per mangiare. Anche se il Profeta (pace su di lui), non era incline a respingere una richiesta di aiuto, al tempo stesso non incoraggiava mai l'accattonaggio o la dipendenza. Egli pertanto chiese al pover’uomo: "Non hai niente in casa tua?" "Sì" - rispose questi - "un pezzo di stoffa, una parte della quale usiamo per vestirci e un’altra stendiamo sul pavimento, e una ciotola di legno da cui beviamo l'acqua". "Portameli", disse il Profeta (pace su di lui). Prese quindi gli
oggetti e chiese rivolto ai suoi compagni: "Chi vuole acquistare questi due oggetti?" "Io" - disse uno di loro - "per un dirham". Un altro disse: "Io li acquisterò per due dirham". Il Profeta vendette la stoffa e la ciotola per due dirham, che consegnò al pover'uomo dicendogli: "Con un dirham comprerai da mangiare per la tua famiglia e con l’altro un’ascia, che porterai a me". L'uomo tornò con l'ascia. Il Profeta (pace su di lui), fissò con le proprie mani un manico su di essa ed esortò l'uomo: "Va’ a raccogliere legna da ardere, e non tornare prima di una quindicina di giorni." L'uomo se ne andò, raccolse la legna, la vendette e ricavò dieci dirham. Con quel denaro acquistò cibo ed abiti, e quando tornò dal Profeta (pace su di lui), questi gli disse: "Questo è modo il migliore per guadagnarsi da vivere evitando che il continuo mendicare diventi una macchia sul viso nel Giorno del Giudizio". (riportato da Abu Dawud).
In modo simile, vi è un altro hadith in cui si afferma:
"E’ meglio guadagnarsi da vivere prendendo una corda per tagliare la legna, caricandosela sulla schiena e vendendola, piuttosto che chiedere qualcosa a qualcuno, che può concederti come no”. (riferito da al-Bukhari e Muslim).
L’autosufficienza è un preciso dovere del musulmano: "Non esiste cibo migliore di quello guadagnato con il lavoro delle proprie mani". (riferito da al-Bukhari)
E ancora: "Chi si astiene dal caritare, Allah lo preserva dal (bisogno di) chiedere, e chi cerca l’autosufficienza, Allah fa sì che egli si mantenga in quello stato". (riportato da Muslim).
Appare dunque chiaro che nessuno dovrebbe dipendere dalla carità altrui qualora in grado di guadagnare col proprio lavoro sostentamento sufficiente per sé e per la propria famiglia.
"La carità non è lecita né per i ricchi, né per chi è normalmente in grado di guadagnarsi da vivere". (riferito da Tirmidhi)
"A chi possiede cibo per un giorno e una notte, è vietato chiedere l'elemosina". (riferito da Abu Dawud)
"Chi si astiene dal chiedere l’elemosina ha la protezione di Allah, e chi cerca l’autosufficienza, sarà reso autosufficiente da Allah”. (riferito da al-Bukhari)
L’Islàm disapprova l'accattonaggio, e incentiva gli individui a preservare la propria dignità e a sviluppare la propria autonomia; tuttavia, se, in caso di estrema e reale necessità, essi fossero costretti a chiedere un aiuto, non gliene si potrebbe imputare alcuna colpa. Tuttavia, tutte le persone in possesso della capacità di farlo sono esortate a lavorare al fine di trarre il proprio sostentamento. Nessuno che sia fisicamente e mentalmente in grado dovrebbe gravare sulla sua famiglia o sulla società per indolenza. Sebbene i lavori che ognuno è chiamato a svolgere debbano essere utili e leciti (conformi alla Shari’ah), nessun lavoro è considerato irrilevante in termini di ricompense o punizioni, in questo mondo e nell’Altro. Lo studioso islamico Al-Ghazali racconta che il Profeta ‘Isa (pace su di lui) una volta conobbe un uomo che viveva dedicandosi completamente al culto. Quando gli chiese come si procurasse da vivere ogni giorno, quegli rispose che suo fratello lavorava anche per lui. Gesù ribattè allora: “Tuo fratello è più religioso di te".
Al-Ghazali * ricorda anche il compagno del Profeta Muhammad (pace su di lui) e futuro califfo, Omar bin Khattab, che era solito sottolineare questo punto ripetendo alla gente: "Nessuno di voi dovrebbe mai credere che un Du’a (supplica) per il sostentamento basterà da solo ad esaudirvi senza che voi ci mettiate il vostro impegno, perché dal cielo non piovono oro né argento”.
*Revival of Religious Sciences – Traduzione in inglese di Fazlul Karim, Karachi, Pakistan – ed.Darul Ishaat. Reperibile al seguente indirizzo web http://www.ghazali.org/ihya/english/index.html
L’Islàm promuove, infatti, azioni che stimolino un cambiamento durevole nella vita delle persone, migliorandola. Il Profeta (pbsl) disse: “Le buone azioni che Dio ama di più sono quelle che durano nel tempo, anche se piccole”. E ancora: “Quando un uomo muore tutte le sue azioni finiscono di dare ricompense tranne tre: un’elemosina continua (sadaqa jariyya), una scienza utile, un figlio devoto che prega per lui”. (riferiti da Muslim)
Promuovere l’autosufficienza economica è un aspetto di fondamentale importanza, ed è possible concretamente, ad esempio, attraverso il microcredito. I musulmani sono invitati a offrire qard hasan (prestiti a condizioni di favore e senza interesse) a coloro che versano in stato di necessità. Generalmente ai bisognosi, agli esponenti più vulnerabili della società, e si potrebbe estendere la categoria anche ai piccoli imprenditori, agricoltori o produttori che non riescono ad accedere al grande mercato dei prestiti. I seguenti versetti del Corano dimostrano come un qard hasan sia considerato un prestito elargito direttamente ad Allah, piuttosto che al reale beneficiario: “A colui che offre un qard hasan ad Allah, Egli accrescerà la sua ricompensa” (57:11). “Se date un qard hasan ad Allah, Egli vi garantirà il perdono” (64:17). “Pregate e fate la carità regolarmente, e offrite qard hasan ad Allah”. (73:20)
Il Qard hasan è un prestito volontarioche il concedente fa senza aspettarsi alcuna remunerazione. Il beneficiario è ovviamente obbligato a restituire la somma, ma il concedente non ha il diritto di esercitare alcuna pressione per la restituzione, né imporre condizioni sfavorevoli al beneficiario stesso, per esempio degli interessi (proibiti nell’Islàm). Per sottolineare la sua importanza, il Profeta Muhammad (pbsl) affermò che “la ricompensa per un qard hasan è maggiore di quella per la sadaqah, nonostante il prestito debba essere rimborsato”. (Ibn Hisham & Ibn Majah).
5. Sensibilizzazione alla povertà
Le strategie operative adottate dalle ONG islamiche posso essere riassunte nel concetto “orientamento all’implementazione piuttosto che alla sensibilizzazione”. (Sparre and Petersen, 2007: 32) Si tratta di stretegie che non mirano a sovvertire l’ingiustizia e l’iniquità di fondo della struttura sociale contemporanea, considerando anche quanto affermato da Clarke (2007: 79), il quale nota come spesso le FBOs siano “pronte a sensiblizzare sugli obblighi religiosi del credente in merito alla solidarietà, ma meno inclini a premere per un reale cambiamento politico e sociale”. E’ peraltro innegabile, come illustrato nel capitolo 2 di questo elaborato, che l’Islàm obbliga i musulmani a battersi costantemente per una società più giusta ed attenta ai valori e ai diritti umani. Il Corano incoraggia i credenti a farsi essi stessi voce del povero e dell’emarginato:
“Questo era colui che non credeva in Allah l’Altissimo, e non esortava a sfamare il povero”.
(69:33-34)
“Ma tu non ti curi degli orfani! E non incoraggi gli altri a nutrire l’affamato”. (89:17-18)
“Se un debitore è in difficolta, garantisci per lui finché non sarà in grado di pagare”. (2:280)
“Hai visto quello che rifiuta la religione? E’ colui che scaccia l’orfano e non si cura di sfamare il povero”. (107:1-3)
Il Profeta Muhammad (pbuh) disse: “Chiunque libera un fratello da una causa o gli resolve un problema in questa vita, vedrà Allah comportarsi con lui nel medesimo modo nell’Altra”. (riferito da Bukhari e Muslim). “Quando chiunque di voi vede qualcosa che Allah non approva, si adoperi per cambiarlo con le proprie mani. Se non è in grado, faccia in modo di cambiarlo con la lingua. E se ancora non è in grado, lo faccia almeno col cuore, che è il minimo della fede”. (Muslim).
Simili comandamenti vanno al di là di chiedere al fedele di nutrire l’affamato e compiere atti di generosità verso il povero. L’Islàm chiama i musulmani ad adoperarsi attivamente per la giustizia sociale e per il bene della comunità. E questo è comprensibile, come la sensibilizzazione sulle condizioni degli indigenti, per dar voce a chi voce non ha e conseguire il meglio per la comunità intera.
6. Implicazioni per l’approcccio allo sviluppo delle ONG islamiche
E’ chiaro, dai precedenti paragrafi, come i precetti islamici sostengano favorevolmente l’autonomia finanziaria conseguita attraverso il proprio lavoro, e scoraggino invece il ricorso all’elemosina e la dipendenza da essa per coloro in grado di procurarsi il sostentamento. La teologia illustra come, in termini di sviluppo, sia fondamentale distinguere tra il semplice aiuto fine a se stesso e l’aiuto che colma delle necessità immediate, ma al contempo rende le persone in grado di mantenersi autosufficienti.
Spesso con atti di beneficienza si tampona un’emergenza, ma non si agisce in una prospettiva di lungo termine. L’autosufficienza raggiunta attraverso cambiamenti radicali nell’economia e nella società, invece, si offre come soluzione valida anche nel lungo periodo. Benché stiano nascendo i primi segnali che anche le FBOs islamiche stanno lavorando su progetti di sviluppo sostenibile di lungo termine, si tratta tuttavia di casi isolati che non costituiscono ancora il nucleo principale delle attività di tali Organizzazioni (anche se da qualche anno Islamic Relief si sta specializzando sempre più in tale tipologia e sta offrendo in ogni paese sempre più progetti volti allo sviluppo sostenibile a lungo termine).
La realizzazione di progetti che promuovano l’autosufficienza tra i poveri dovrebbero occupare una posizione di primo piano nelle strategie operative delle ONG che offrano assistenza umanitaria in un’ottica di uno sviluppo sostenibile di lungo periodo, dal momento che esse sono animate dalla fede e sussistono grazie alla raccolta della Zakah, della Sadaqah e del Waqf.
Ad esempio, progetti a media decorrenza potrebbero favorire le formule “cibo in cambio di manodopera” e “contante in cambio di lavoro”, mentre progetti di più ampio respiro potrebbero focalizzarsi sullo sviluppo di imprese e attività commerciali, sulla costruzione di competenze attraverso corsi di formazione, o l’offerta di servizi di assistenza tecnica, di micro finanza, di consulenza (come sta facendo ad esempio Islamic Relief con i progetti per Gaza dopo l’ultimo conflitto).
E’ altrettanto chiaro che l’Islàm esorta i musulmani a farsi “voce dei poveri“. In termini di sviluppo, questa raccomandazione potrebbe tradursi in sensibilizzazione sulle cause della povertà, su quelle cause economiche, politiche, sociali e ambientali che si ripercuotono con maggior evidenza sulla vita delle persone disagiate. Si potrebbe insistere sui mutamenti climatici, sulla corruzione dilagante e sull’indebitamento internazionale, per esempio. La fede dovrebbe essere usata dalle FBOs per far forza sullo sviluppo e sulle strategie da attuare per conseguirlo in maniera sostenibile e duratura. Quando le FBOs islamiche cominceranno ad esaminare da vicino, interpretare e incorporare i precetti religiosi fin dentro la struttura dei progetti di sviluppo, allora sarà possibile discutere di un “approccio islamico allo sviluppo”.
