Dona Ora Con

Terremoto in Indonesia - Sul territorio
Razaul Karim è un operatore di Islamic Relief Gran Bretagna recatosi a Sumatra per portare soccorso dopo il terremoto. Proponiamo qualche estratto dal suo blog, in cui ha scritto le sue prime impressioni su quanto visto nei luoghi del disastro e sugli immani sforzi affrontati tanto dalla comunità locale quanto dagli operatori umanitari.
Sofferenza ovunque
Ancor prima che raggiungessimo la squadra di soccorso di IR a Padang, i danni causati dal terremoto erano evidenti e ben visibili tutt’intorno a noi. Come siamo decollati da Jakarta per atterrare sull’isola di Sumatra, mi sono reso conto che tutta la popolazione piangeva con chi aveva perso una persona cara. Sulla via per Padang, abbiamo appreso che le squadre di soccorso d’emergenza avevano ultimato le operazioni di salvataggio dei superstiti. Da quel momento, obiettivo prioritario diventava fornire loro tutta l’assistenza e il supporto necessari, nonché rimuovere i corpi ancora intrappolati sotto le macerie. Questa notizia ci colpì tutti e mi riportò alla memoria il detto del Profeta Muhammad (pbsl) secondo cui la comunità islamica è come un corpo, e se una parte è dolente ne soffre tutto l’organismo.
Vite tra le macerie
Guidare per le strade di Padang rende bene l’idea di cosa sia la devastazione. Scuole distrutte, tetti sbriciolati, interi edifici accartocciati su se stessi, crollati come mazzi di carte. Cumuli di macerie e lamiere ovunque, le rare abitazioni rimaste in piedi con tele cerate o tende al posto di porte e finestre. Ai lati delle strade, miriadi di bambini con in mano scatoloni chiedendo la carità, mentre in giro la gente vagava senza meta, ancora sotto shock, senza riuscire a rendersi conto di quanto accaduto. Anche chi ha la propria casa rimasta in piedi, spesso ha il vicino rimasto senza tetto, e la propria che può crollare da un momento all’altro. Tuttavia, è nelle zone di provincia più remote che abbiamo assistito a scene apocalittiche, con interi villaggi spazzati via.
In cerca di rifugio
In uno dei villaggi che abbiamo visitato, ho incontrato una donna che era avanzato stato di gravidanza e la cui casa era stata completamente distrutta. Era alla disperata ricerca di pezzi di cartone e teli di plastica con cui creare un rifugio per i suoi cinque figli piccoli. Per fortuna siamo stati in grado di darle una tenda che offrirà a lei e alla sua famiglia un minimo di protezione dalla pioggia incessante degli ultimi giorni. Tutte le persone con cui ho parlato mi hanno raccontato il loro terrore e di come abbiano disperatamente bisogno di aiuto. Come sempre in queste situazioni, sono i bambini ad essere più vulnerabili, come se il loro mondo si fosse spaccato sotto i loro piedi. Molti bambini mi hanno raccontato di essere coraggiosi, ma di avere comunque paura di vivere in una tenda. In ogni caso, sono affezionati alle loro abitudini e non vedono l’ora di tornare a scuola e a giocare con gli amici.
L’aiuto di Islamic Relief
Per aiutare i bambini a superare il trauma della catastrofe e le sue conseguenze, Islamic Relief ha deciso di istituire un centro traumatologico, in cui i bambini saranno accuditi, potranno giocare e imparare in un ambiente sicuro. Islamic Relief ha già operato nella regione colpita, nel 2008, costruendo pozzi idrici nei villaggi del distretto di Pariaman. Anche se i danni a queste strutture sono stati minimi, al momento esse sono fuori uso a causa della mancanza di energia elettrica. Nei prossimi giorni Islamic Relief procurerà dei generatori per garantire l’accesso all’acqua potabile in via continuativa, oltre a tenere sotto controllo la diffusione di infezioni e malattie. Nell’ultimo villaggio visitato oggi, ho conosciuto un anziano sopravvissuto quattro giorni senza nient’altro che acqua. Era rimasto intrappolato ma nessun soccorso era stato in grado di trarlo in salvo. Molti villaggi, infatti, sono rimasti isolati a causa delle frane, accentuando ancor più gli effetti distruttivi della catastrofe, e rendendo oltremodo difficile prestare qualsiasi tipo di soccorso. Ci siamo premurati che l’uomo avesse il necessario per il sostentamento, e mi sono chiesto quante altre persone come lui erano ancora bloccate, in attesa disperata di qualcuno che venisse ad aiutarle.
Razaul Karim, operatore umanitario di Islamic Relief, si trova attualmente a Sumatra, dove assiste la popolazione colpita dal terremoto. Cura un blog in cui descrive l’impatto traumatico nel lungo termine di una simile catastrofe, soprattutto sui bambini che l’hanno vissuta.
“Ieri ho visitato l’ospedale Dott. M. Jamil di Padang, ove sono ricoverati molti superstiti del terremoto. Circa i tre quarti dell’ospedale sono stati completamente distrutti, e in mezzo ai detriti ho notato un’infinità di attrezzature mediche sparse tutt’intorno, immagino lasciate indietro da persone impegnate in corse disperate nel tentativo di salvare vite.
Tra le persone che ho incontrato in ospedale c’è Indah Aptria, una bambina di nove anni proveniente da Gunung Pengilun. Adora andare in bicicletta e stava giusto tornando in bici da scuola quando la terra ha iniziato a tremare. Si trovava in una stradina stretta quando uno dei negozi della via è crollato, intrappolandola sotto una grande, pesante lamiera di metallo. Mi ha detto di essersi spaventata moltissimo e di aver iniziato a piangere chiamando i suoi genitori. Fortunatamente, il papà è riuscito a trarla in salvo, ma la sua gamba è gravemente fratturata. La bimba ha dovuto subire un’operazione per ricomporre una frattura alla tibia e sta recuperando bene, ma credo che il trauma psicologico che ella ha subito sarà difficile da elaborare, e richiederà molto tempo e pazienza.
Oggi abbiamo visitato il nuovo centro traumatologico aperto da Islamic Relief nel villaggio di Abung Kapur. In questa regione, il 95% delle abitazioni sono andate distrutte, e sono molti i bambini come Indah, traumatizzati dalla drammatica esperienza che hanno vissuto. Il nuovo centro è stato creato nelle vicinanze di una scuola distrutta dal sisma. Islamic Relief ha approntato due grandi tende in cui i bambini possano continuare a seguire le lezioni, a giocare ed imparare, mentre lo staff di Islamic Relief e il personale volontario si occuperanno di offrir loro tutto il supporto psicologico di cui hanno bisogno.
I bambini con cui ho parlato al centro hanno detto che appena avvertito il terremoto hanno avuto paura di morire, o di non rivedere più i loro genitori. Alcuni mi hanno riferito di aver pensato alla fine del mondo. Sono rimasto attonito dalla maturità con cui mi raccontavano le tragiche esperienze vissute, ma anche da come bastasse una semplice partita di pallone a riunirli, a far dimenticare per qualche tempo la loro angoscia e a farli tornare bambini.
Islamic Relief ha inoltre distribuito cibo e tende alle famiglie più gravemente colpite in questo villaggio, e prevede di ampliare il proprio sostegno nei prossimi giorni e settimane. Sono stato davvero felice di scoprire che il sistema idrico che avevamo installato solo lo scorso anno, come parte del nostro programma di prevenzione delle calamità, è ancora operativo e ha potuto rifornire più di 1.000 persone d’acqua pulita, che è essenziale nel controllo della diffusione delle malattie.
La gente che abita le zone rurali come Abung Kapur non è ricca, e ha investito tutti i propri risparmi nella costruzione delle case, la maggior parte delle quali si trovano ridotte ad un cumulo di macerie. Fortunatamente gli aiuti hanno raggiunto questa regione, ma in altre più remote, magari isolate dalle frane, vi sono ancora persone che lottano per sopravvivere, rifugiandosi alla bell’e meglio sotto teli e pezzi di cartone.
Dopo Abung Kapur abbiamo proseguito il viaggio per Rukam, a Padang Sago, un villaggio dove nessun’altra Organizzazione era ancora stata. Qui quasi tutto il villaggio era accampato in una tenda di fortuna che offriva ben scarsa protezione dal vento e dalla pioggia. Le condizioni in cui la gente era costretta erano spaventose e ne sono rimasto profondamente toccato. Non c'erano servizi igienici, il cibo scarseggiava e il rischio di diffusione di malattie era estremamente elevato.
Abbiamo fornito loro tende e cibo, e torneremo ancora con altri aiuti nei prossimi giorni; abbiamo promesso di fare del nostro meglio per alleviare le loro sofferenze. Tuttavia, rimango fermamente convinto che, nel lungo periodo, dopo esperienze così collettivamente drammatiche, un sostegno psico-sociale sia la più grande forma di aiuto".