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Quando gli aiuti vengono distribuiti a terra da agenzie umanitarie, si adottano criteri per garantire che arrivino ai gruppi più fragili: anziani, persone con disabilità, donne in gravidanza, bambini orfani. Ma con i lanci aerei è impossibile controllare dove gli aiuti cadono: spesso ad appropriarsene sono i più forti e veloci – soprattutto in un contesto come quello di Gaza, dove il sistema umanitario è sistematicamente ostacolato. Le persone gravemente denutrite non possono correre dietro a un paracadute.
Israele sostiene, nonostante prove contrarie, di aver chiuso i valichi di terra per evitare il dirottamento degli aiuti. Ma è proprio con i lanci aerei – senza controllo su dove e a chi arrivano – che è più probabile che gli aiuti finiscano nelle mani sbagliate, rispetto a una distribuzione gestita da professionisti sul terreno.
Il governo israeliano ha affermato di aver lanciato 52 tonnellate di aiuti in un solo giorno – l’equivalente di circa due camion via terra. Prima dell’ ottobre del 2023, entravano a Gaza quotidianamente tra i 500 e i 600 camion con forniture umanitarie e commerciali, e oggi il fabbisogno è molto più elevato. I lanci aerei coprono pochi minuti di necessità. I valichi terrestri già esistenti possono garantire volumi ben maggiori, se non ci fossero restrizioni imposte da Israele.
Portare cibo a Gaza è essenziale, ma non basta. I bambini malnutriti, ad esempio, hanno bisogno di cure specialistiche e trattamenti terapeutici, non solo di pacchi alimentari. Senza assistenza medica, gli aiuti lanciati non possono salvarli. Molte comunità inoltre segnalano di non riuscire a utilizzare gli aiuti ricevuti perché richiedono acqua o gas per cucinare – beni ormai introvabili. La popolazione ha anche un disperato bisogno di medicine, carburante e altre forniture.
Già in passato, i lanci aerei su Gaza hanno causato la morte di civili colpiti dai pallet o dalle scatole cadute dal cielo – gli stessi aiuti che avrebbero dovuto salvarli. Alcune persone sono annegate tentando di recuperare aiuti caduti in mare, altri pacchi sono finiti in zone di combattimento o vicino a ordigni inesplosi. Negli ultimi giorni, altri civili sono rimasti feriti proprio a causa di questi lanci.
Per garantire che beni di prima necessità e alimenti siano disponibili e accessibili alla maggior parte della popolazione, è fondamentale che entrino anche forniture commerciali. Durante questa crisi – e anche prima – la disponibilità nei mercati locali è sempre dipesa in gran parte da queste forniture. Ma possono arrivare solo via terra, non con i lanci aerei.
Pur riconoscendo che non si può mettere un prezzo alla vita umana, bisogna ammettere che i lanci aerei hanno un costo enormemente più alto rispetto al trasporto via terra, e un impatto molto minore. È una soluzione insostenibile nel lungo periodo.
Questa tecnica viene utilizzata solo quando non esistono alternative, di solito in zone isolate o inaccessibili a causa di disastri naturali. Ma questo non è il caso di Gaza: l’accesso via terra è possibile e molto più efficace. L’invio di aiuti via terra potrebbe essere immediatamente aumentato, se Israele aprisse i valichi.
L’annuncio recente da parte di Israele di “pause tattiche” e “corridoi temporanei” è un passo positivo, ma del tutto insufficiente e senza un reale impatto sul campo. Gli aiuti arrivati per via terrestre negli ultimi giorni rappresentano una goccia nel mare rispetto a quanto serve. Qualche camion in più per qualche giorno non fermerà la carestia a Gaza, né lo faranno i lanci aerei.
Durante tutta questa crisi, si è perso tempo e risorse inseguendo distrazioni incoraggiate da Israele, come i lanci aerei o il fallimentare progetto del porto marittimo – costato 230 milioni di dollari, che ha fornito pochissimi aiuti ed è stato chiuso mesi dopo, mentre la situazione umanitaria peggiorava. È comprensibile pensare che “meglio di niente” sia comunque qualcosa, ma queste iniziative possono fare danni, perché distolgono attenzione e pressione politica dalla sola soluzione concreta: la riapertura completa dei valichi terrestri per gli aiuti umanitari e le forniture commerciali, e un accesso umanitario pieno e senza ostacoli all’interno di Gaza.