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La guerra finì ufficialmente nel 1995, con un accordo firmato nella città statunitense di Dayton, in Ohio, tra i presidenti di Bosnia ed Erzegovina, Croazia e Jugoslavia: Alija Izetbegovic, Franjo Tudman e Slobodan Milosevic.
L’accordo di Dayton sancì la creazione di due entità statali all’interno della Bosnia: la Repubblica Serba (che comprende Srebrenica) e la Federazione Bosniaca. Ciascuna entità è divisa in 10 cantoni. Esiste anche un governo centrale, la cui presidenza cambia ogni 8 mesi, alternandosi tra un serbo, un bosgnacco e un croato. È un sistema politico particolarmente complesso.
L’accordo garantiva il diritto al ritorno per i rifugiati fuggiti dalla Bosnia orientale, ma solo una piccola parte della popolazione bosgnacca che viveva a Srebrenica prima della guerra è tornata nelle proprie case.
Dopo il conflitto, le indagini delle Nazioni Unite accertarono che, sebbene tutte le parti in guerra avessero commesso crimini, la responsabilità principale ricadeva sulle forze serbe. Già nel 1993, mentre la guerra era ancora in corso, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU istituì il Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia (ICTY) per processare i responsabili delle atrocità.
In totale furono incriminate 161 persone, tra cui capi di Stato, ministri, ufficiali di esercito e polizia, appartenenti a diversi schieramenti. Tra gli imputati più noti ci fu Slobodan Milosevic, che morì durante la detenzione prima della conclusione del processo. Radovan Karadzic, ex leader dei serbo-bosniaci, fu condannato per genocidio nel 2016 e ricevette una pena di 40 anni di carcere. Il generale Ratko Mladic sta scontando l’ergastolo per il suo ruolo nel genocidio di Srebrenica.
Nel 2002, un rapporto delle Nazioni Unite riconobbe la responsabilità di funzionari militari e governativi olandesi per non aver impedito i massacri. Dopo la pubblicazione del rapporto, il governo dei Paesi Bassi si dimise in blocco.
Quando la guerra scoppiò in Bosnia, molti si chiedevano come fosse stato possibile arrivare a tanto. Finito il conflitto, la domanda cambiò: come si può tornare alla normalità?
Nei primi anni dopo la guerra, il Paese era ancora immerso in una grave crisi umanitaria. Tutto doveva essere ricostruito: strade, reti elettriche, ospedali, scuole, fabbriche. Decine di migliaia di bosgnacchi, croati e serbi fecero ritorno a case distrutte. Civili e militari dovevano imparare a convivere con i traumi subiti, spesso condividendo il vicinato con chi aveva avuto un ruolo diretto nelle violenze. I traumi collettivi lasciati da una guerra non spariscono facilmente. Per molti sopravvissuti, in particolare per chi è passato attraverso i campi di concentramento o ha vissuto il massacro di Srebrenica, queste ferite non guariranno mai del tutto.
Ancora oggi, la Bosnia porta i segni visibili del conflitto. A Sarajevo, molti edifici sono ancora crivellati di colpi. In numerosi villaggi, le case distrutte non sono mai state ricostruite.
Il Paese continua a vivere in un equilibrio fragile, mantenuto dall’accordo di Dayton, mentre le tensioni etniche non sono mai del tutto scomparse. Le generazioni più anziane cercano ancora di fare i conti con quello che hanno vissuto, ma anche i giovani ne subiscono le conseguenze. L’economia non si è mai ripresa del tutto, i posti di lavoro sono pochi e migliaia di ragazzi lasciano il Paese in cerca di un futuro altrove.
Un’intera generazione di bosniaci è cresciuta conoscendo i propri genitori solo attraverso fotografie o vecchi filmati. Alcuni hanno perso i padri nel genocidio di Srebrenica, altri le madri durante la guerra. Sono migliaia le persone nate negli anni ’90 che convivono ogni giorno con il peso di quelle perdite.