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Le uccisioni e le privazioni a Gaza non devono diventare una realtà considerata normale sotto la copertura di un accordo per il cessate il fuoco, hanno avvertito oggi le organizzazioni impegnate nella risposta alla crisi nei Territori palestinesi occupati.
Mohsen Abu Ramadan, membro del consiglio direttivo della Rete delle ONG palestinesi (Palestinian NGO Network), ha dichiarato:
“Le organizzazioni palestinesi stanno rispondendo a bisogni enormi sotto l’occupazione israeliana, con uffici distrutti, personale sfollato e risorse finanziarie sempre più ridotte. Le organizzazioni locali e nazionali sono in prima linea nella risposta all’emergenza e continueranno a esserlo, ma devono essere protette. I governi devono agire per porre fine agli attacchi di Israele e alle restrizioni imposte al nostro lavoro, mentre i donatori devono garantire finanziamenti diretti e flessibili, capaci di rispondere ai bisogni reali”.
Nell’ultimo anno, gli attacchi aerei, le sparatorie e le operazioni militari israeliane hanno ucciso oltre 1.400 palestinesi, tra cui almeno 327 bambini. Le famiglie e i soccorritori hanno recuperato centinaia di corpi dalle macerie, spesso a mani nude, mentre le autorità israeliane limitano l’ingresso dei macchinari necessari per raggiungerli. Molte altre persone risultano ancora sepolte sotto le macerie e impossibili da raggiungere.
L’esercito israeliano ha inoltre spostato ulteriormente verso l’interno di Gaza la cosiddetta Linea Gialla, superando la linea di ritiro prevista dall’accordo e costringendo i palestinesi a vivere in un’area sempre più ristretta e sovraffollata.
Inger Ashing, amministratrice delegata di Save the Children, ha dichiarato:
“Un cessate il fuoco non ha alcun significato se i bambini continuano a essere uccisi e le famiglie non riescono ancora a ricostruire le proprie vite. Da quando è stato annunciato il cessate il fuoco, è stato ucciso in media quasi un bambino al giorno. Le famiglie restano intrappolate in un ciclo devastante di perdite e privazioni, senza la possibilità di riprendersi. I governi che hanno sostenuto questo accordo devono usare la propria influenza per fermare le uccisioni e garantire ai bambini l’accesso al cibo, alle cure mediche, a un riparo e all’istruzione. I bambini di Gaza hanno diritto alla sicurezza e a un futuro. I governi hanno il potere di contribuire a garantire entrambe le cose e devono esercitarlo”.
Recenti immagini satellitari mostrano la portata della devastazione causata dalle forze israeliane: interi quartieri sono stati ridotti in macerie, le abitazioni rase al suolo e i terreni agricoli distrutti. Oltre l’80% degli edifici e delle strutture presenti a Gaza ha subito danni, e circa due terzi sono stati completamente distrutti.
Con l’avvicinarsi dell’inverno, centinaia di migliaia di famiglie vivono ancora in tende, ripari di fortuna o abitazioni danneggiate e si preparano ad affrontare il quarto inverno esposte al freddo, al vento e agli allagamenti. Quasi un nucleo familiare su quattro a Gaza è oggi guidato da una donna, e queste famiglie hanno probabilità molto maggiori di vivere in ripari insicuri o inadeguati.
Per molte persone, semplicemente non esiste un luogo sicuro in cui andare. Le famiglie cercano riparo in edifici danneggiati dalla guerra, esposti al rischio di crollo. A settembre, 21 persone, tra cui 12 bambini, sono morte a Gaza City in seguito al crollo di un edificio danneggiato.
Jan Egeland, segretario generale del Norwegian Refugee Council, ha dichiarato:
“È profondamente vergognoso che, a un anno intero dalla firma del cessate il fuoco, così poco sia cambiato per i palestinesi di Gaza. Le famiglie sono ancora costrette a scegliere tra alternative impossibili: ripararsi in edifici danneggiati e pericolosi oppure vivere in tende, esposte a temperature insopportabili. Le restrizioni israeliane continuano a impedire l’ingresso delle attrezzature e dei materiali necessari, gli unici strumenti che permetterebbero alle comunità di cominciare a ricostruire le proprie vite. Con l’avvicinarsi dell’inverno, tutti i governi devono adottare misure concrete per garantire un flusso di aiuti senza ostacoli, affinché i palestinesi possano finalmente iniziare l’enorme lavoro di ripresa e ricostruzione”.
Le stesse restrizioni stanno devastando anche i servizi essenziali. Nessuno dei 36 ospedali di Gaza è pienamente funzionante, mentre medicinali, attrezzature e carburante continuano a scarseggiare in modo critico.
Tra le persone esposte a rischi gravissimi vi sono i neonati nelle incubatrici, i pazienti che necessitano di ossigeno o di cure intensive, le persone anziane, le persone con disabilità e quelle che hanno riportato lesioni con conseguenze permanenti. Le cure specialistiche, i servizi di riabilitazione e l’assistenza alle persone con disabilità restano infatti fortemente limitati.
Oltre 18.500 pazienti, tra cui almeno 4.000 bambini, hanno ancora bisogno di essere evacuati per ricevere cure mediche. Più di 1.000 persone sono morte mentre attendevano l’evacuazione.
Nel frattempo, 1,4 milioni di persone si trovano ad affrontare livelli di insicurezza alimentare critici o condizioni ancora più gravi, una situazione destinata a protrarsi fino alla fine dell’anno. Allo stesso tempo, la mancanza di acqua sicura e la distruzione dei sistemi igienico-sanitari continuano a favorire la diffusione di malattie prevenibili.
A un anno di distanza, il quadro è inequivocabile: le famiglie continuano a essere uccise, i bambini continuano a morire per malattie prevenibili, Gaza è ancora disseminata di ordigni inesplosi. Le abitazioni giacciono sotto cumuli di macerie che non possono essere rimossi e gli aiuti non riescono a raggiungere le persone che ne hanno disperatamente bisogno.
Questo non è ciò che avrebbe dovuto garantire un cessate il fuoco. La situazione riflette le stesse condizioni che hanno portato la Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite a concludere, prima nel settembre 2025 e poi nuovamente nel giugno 2026, che Israele ha commesso un genocidio.
La responsabilità della comunità internazionale non si esaurisce con la firma di un accordo sulla carta.
Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International, ha dichiarato:
“La responsabilità per i crimini commessi non può essere sepolta sotto le macerie. La ripresa e il futuro di Gaza non possono essere separati da un quadro fondato sul diritto internazionale, sulla giustizia e sui diritti delle vittime. Il persistente fallimento nel richiamare Israele a rispondere delle proprie azioni e nel fare pressione affinché rispetti le ordinanze vincolanti della Corte internazionale di giustizia continua ad alimentare crimini di atrocità su vasta scala contro i palestinesi”.
Note per la redazione
Vittime. Secondo il Ministero della Salute di Gaza, durante il periodo del cessate il fuoco sono stati uccisi almeno 327 bambini e altri 547 sono rimasti feriti. Nel complesso, i feriti sono stati oltre 5.000 (OMS – Cluster globale per la salute). Più di 630 corpi sono stati recuperati dalle macerie; molti altri restano sepolti o impossibili da raggiungere nelle aree sotto il controllo militare israeliano (Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, OHCHR).
Linea Gialla. Nel corso dell’anno di cessate il fuoco, l’area sotto il controllo israeliano è passata da circa il 53% a circa il 63% della superficie di Gaza (OCHA, Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari).
Distruzione. L’82% delle strutture è danneggiato e oltre due terzi sono stati completamente distrutti (UNRWA, Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi). Le macerie ammontano a 61 milioni di tonnellate, circa 20 volte la quantità generata da tutte le guerre nel mondo negli ultimi 18 anni (The Guardian; UNDP, Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo).
Distruzione proseguita durante il cessate il fuoco. Tra l’11 ottobre 2025 e l’11 agosto 2026, il numero delle strutture classificate come completamente distrutte è aumentato del 9% (UNRWA; UNOSAT, programma satellitare delle Nazioni Unite).
Rimozione delle macerie e conservazione delle prove. Sono state espresse preoccupazioni sul rischio che la rimozione delle macerie possa comportare la distruzione di prove relative a crimini internazionali. Si stima che oltre 10.000 persone siano ancora sepolte sotto i detriti (OHCHR).
Salute. La carenza di olio motore e pezzi di ricambio costringe gli ospedali a razionare l’energia. Veicoli umanitari e ambulanze sono fermi. Si registrano decessi dovuti a condizioni prevenibili o curabili, comprese complicazioni legate alla gravidanza (OCHA).
Famiglie con una donna come capofamiglia. Quasi un nucleo familiare su quattro è guidato da una donna, una proporzione circa doppia rispetto al periodo precedente alla guerra (UN Women, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’emancipazione femminile).
Finanziamenti. A luglio risultava finanziato meno del 40% del piano di risposta umanitaria per il 2026 (OCHA).
Accesso all’acqua. Oltre nove famiglie su dieci si trovano in una situazione di insicurezza idrica (OCHA).